Faq – Domande e risposte

1. Riccardo Luna è il quarto digital champion. Chi sono stati gli altri tre?

“Prima c’erano Roberto Sambuco, Agostino Ragosa e Francesco Caio”.

 

2. Perché il dominio è stato registrato due mesi prima della nomina?

“Perché il governo mi ha rappresentato l’intenzione di nominarmi digital champion a luglio e il decreto è poi arrivato a settembre”.

 

3. Non sarebbe più giusto che fosse un dominio della pubblica amministrazione?

“Il dominio digitalchampions.it non è evidentemente un dominio della pubblica amministrazione ma sarei felicissimo se fosse così perché vorrebbe dire che l’interpretazione del ruolo che sto dando diventa lo standard anche per i prossimi digital champion. Nel frattempo è uno degli strumenti che mi sono dato per raggiungere lo scopo che il governo mi ha assegnato”.

 

4. Cosa dice esattamente il decreto di nomina del digital champion italiano?

“Il decreto di nomina dice che sono un consigliere del presidente del Consiglio con il rango di digital champion. Quindi consiglio e mi attivo per l’alfabetizzazione digitale: dei cittadini, degli imprenditori e degli amministratori pubblici”.

 

5. Non è una contraddizione fare l’ambasciatore del digitale e non avere stipendio, budget e staff?

“Condivido totalmente la contraddizione di una carica così importante in teoria, ma in pratica senza alcuno strumento per poter davvero incidere se non la propria buona volontà. Va detto che non è un caso italiano, questa carica è nata così in Europa. Ciò non toglie che noi come Italia potremmo decidere che il digital champion è invece un incarico a tempo pieno, giustamente retribuito e con una dipendenza diretta dagli uffici governativi. Oggi non è così però. Per questo ho preso una strada diversa: per riempire di contenuti una carica che rischiava di non averne molti.

 

6. Come fanno i digital champion locali ad assistere un cittadino sui temi del digitale? Che esperienza hanno?

“Capisco l’obiezione sul fatto che non tutti i digital champion locali siano in grado di dare assistenza e difesa ai cittadini sui temi del digitale ma possono fare due cose: segnalarlo a me e quindi al sito e trasformare la segnalazione in una storia; attivare il digital champion per il legal, avvocato Guido Scorza che qualche cosa di procedure sui temi del digitale sa”.

 

7. Come fanno i digital champion locali a svolgere il ruolo di help desk nei confronti degli amministratori pubblici?

“Anche in questo caso i digital champion territoriali possono fare due cose: segnalarlo al sito e chiedere aiuto al digital champion per la pubblica amministrazione, avvocato Ernesto Belisario; o a quello per Open Data e Trasparenza, professor Giovanni Menduni. Garantisco che entrambi sono piuttosto ferrati sul tema. Ma questa dinamica vale per tutti i settori”.

 

8. Ma allora cosa devono fare i digital champion locali per il dc italiano?

“I digital champion locali mi devono aiutare a capire che succede comune per comune: sono antenne che devono segnalare buone pratiche e problemi da risolvere. E devono aiutare a promuovere eventi di alfabetizzazione. Non sono marziani, in Italia migliaia di persone già lo fanno e lo facevano, le stiamo solo mettendo in rete”.

 

9. I digital champion locali sono retribuiti? E se non lo sono, perché lo fanno?

“Non sono retribuiti. Lo fanno perché ci credono, sperano di dare una mano al proprio Paese e lo fanno perché lo hanno sempre fatto. Ora però lo fanno in rete e quindi con una forza molto maggiore. Certo, questo approccio non è obbligatorio per nessuno”.

 

10. Come sono stati scelti i primi 100 digital champion? E come verranno scelti gli altri?

“Il 27 ottobre è stato aperto un sito dove chiunque poteva candidarsi. I primi 100 sono stati scelti direttamente da me tra quelli che hanno dato disponibilità: sono le persone che per la loro storia e i risultati raggiunti mi sembravano più adatte a fare da apripista. Gli altri arriveranno in due modi: in parte li indicheranno direttamente loro, il resto, la maggioranza direi, li troveremo tra le tantissime candidature che stanno arrivando dal sito”.

 

11. È possibile candidarsi ancora?

“Sempre. Le porte sono sempre aperte”.

 

12. Che valore ha la nomina?

“Si tratta di un incarico fiduciario che ha valore soltanto nel rapporto fra loro e me: in un certo senso mi rappresentano nei loro territori e mi aiutano a capire cosa si può fare per avanzare l’alfabetizzazione dei rispettivi comuni”.

 

13. Quanto dura in carica un digital champion locale?

“Un anno. Fra un anno si fa un bilancio di come è andata e si fa largo a nuove energie e disponibilità che vengono dai comuni. Del resto questo incarico è una condizione gratificante moralmente ma insostenibile alla lunga perché fatto seriamente porta via molto tempo”.

 

14. Il titolo di champion vuol dire che vi sentite dei campioni?

“No. No. No. L’espressione digital champion è stata coniata in Europa e non la possiamo cambiare. Per alcuni in italiano può suonare arrogante e pretenzioso. Noi la interpretiamo diversamente. Non ci sentiamo migliori degli altri, anzi, ma abbiamo soltanto deciso per un tempo preciso di dedicare molto tempo alla causa del digitale in Italia convinti che da qui passi la costruzione di un futuro migliore per tutti”.

 

15. Come è stato possibile realizzare l’evento di lancio del 20 novembre senza soldi pubblici e con la presenza di tanti giornalisti?

“Effettivamente non è stata un’impresa semplice realizzare l’evento del 20. Lo abbiamo fatto in autofinanziamento e con moltissimo volontariato. Quanto ai giornalisti non erano previsti: sono arrivati perché il presidente del Consiglio all’ultimo ha deciso di intervenire”.

 

16. Il digital champion dipende dall’Agenzia per l’Italia Digitale?

“No, non sono in staff all’Agenzia Digitale ma collaboro attivamente con l’AGID e con il consigliere per l’innovazione del presidente del Consiglio”.

 

17. Perché è nata l’associazione Digital champions?

“Perché soltanto così abbiamo una soggettività giuridica necessaria per intraprendere qualsiasi tipo di azione. E perché il volontariato non basta per sostenere una organizzazione tanto complessa e ambiziosa e perché chi vi lavora deve essere retribuito. E non volendo e potendo attivare fondi pubblici abbiamo deciso di farlo con la formula dell’autofinanziamento. Avvertenza: non tutti i digital champion sono associati, per esempio non lo sono i tre champion minorenni perché è vietato dalla legge”.

 

18. Cosa farete con le quote sociali?

“Grazie alle quote sociali (30 euro l’anno) versate da noi stessi potremo retribuire le persone che tutti i giorni faranno funzionare il sito e i social. Insomma il coordinamento di questa rete. Quindi, sì, siamo volontari e oltre al tempo ci mettiamo anche dei soldi. Io del resto in tutte le cose che ho fatto in questi anni per Wikitalia e per la fondazione Make in Italy i soldi li ho sempre messi e mai ripresi, nemmeno le note spese. Ma non lo dico per vantarmene: lo considero un atto dovuto visto che già mi guadagno da vivere come giornalista”.

 

19. Come intendete finanziare i piccoli progetti di alfabetizzazione nei comuni?

“Con il crowdfunding”.

 

20. Che ruolo ha Telecom Italia nell’associazione?

“Socio fondatore. Ma l’associazione è aperta a tutti. Quanto ai soldi che Telecom Italia vorrà investire per l’alfabetizzazione digitale del Paese non vanno certo ai digital champion, né alle nostre spese né al nostro eventuale staff futuro. Andranno tutti, fino all’ultimo centesimo, per progetti di education che eventualmente costruiremo assieme e che poi realizzeranno le tantissime associazioni che già fanno progetti analoghi con tante difficoltà. Non intendiamo sostituirci a nessuno ma anzi aiutarli a fare fundraising e crescere. Per questo motivo ripeto le porte dell’associazione sono aperte a tutti e a tutte le aziende”.

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