micropost

VeryBello!, come trasformare una disfatta in una opportunità

Riccardo Luna
25/01/2015

VeryBello!, la prendo da lontano. Quattro anni fa la Commissione Europea lanciò una nobile campagna: “Science it’s a girl thing!”, diceva, la scienza è una cosa da ragazze, e puntava a convincere le studentesse a provare a fare le scienziate visto che accade troppo raramente. Oltre ad un sito web ed ad una serie di eventi, il messaggio era affidato ad un video patinatissimo ma francamente imbarazzante. Si vedevano delle pin up fare irruzione in un laboratorio in tacchi a spillo e rossetto fluo per sedurre i loro colleghi maschi. In rete la protesta montò immediatamente: le scienziate spiegarono la differenza fra il modello mostrato nella clip e  Marie Curie e Rita Levi Montalcini e in meno di dodici ore quel video venne ritirato con tante scuse. Rimosso. Ricordo che fu lo stesso commissario europeo a twittare le scuse che ovviamente chiusero l’incidente. Mi è tornato in mente questo episodio ripensando alla reazione del ministro Dario Franceschini per VeryBello!. Una reazione inutilmente astiosa, vagamente arrogante e pericolosamente incompetente. Perché, sia chiaro, capita a tutti di sbagliare ma se dimostri di non aver capito gli errori allora è grave soprattutto se sei nella posizione di poter “reiterare il reato”.  Il reato di incompetenza in questo caso.

 Nel caso di VeryBello! va detto che le critiche andavano messe in conto: un po’ perché il clima che si respira sui social network ormai è questo, si spara ad alzo zero; e un po’ perché quando si parla di web ci sentiamo tutti dei webmaster esattamente come accade con le partite di calcio che ci vede tutti più esperti dell’allenatore in campo. Eppure VeryBello! non ha avuto qualche critica: è stato letteralmente demolito da 15 mila tweet in 24 ore. E non c’è da gioire per questo, ministro. C’è da farsi una sola domanda: dove ho sbagliato? Rispettosamente, costruttivamente, le dico, ministro, che di errori ne ha collezionati parecchi in questa vicenda. E le scuse – assieme al rifacimento di parte del sito – sarebbero obbligatorie. E sarebbero una buona pratica, perché potrebbero servire a innescare un processo virtuoso e a capire come deve gestire il digitale un governo che dice di considerarlo determinante per il nostro futuro.

Per questo, senza pretendere di dare lezioni a nessuno, provo a spiegarle perché e cosa potrebbe fare adesso.

Il sito. Ha una quantità imbarazzante di errori di progettazione. Qui Matteo Flora li elenca tutti o quasi. Molte cose le sembreranno tecniche ma non lo sono: sono le cose essenziali che fanno funzionare un sito web e che lo rendono trovabile dai motori di ricerca. Si fidi: i link e il SEO sono parole importanti anche se ai più possono apparire astruse. Altre parole invece le possiamo capire tutti. Al sito manca la privacy policy, ovvero le regole con cui il sito gestisce i dati degli utenti, le pare poco?; il marchio non è stato registrato in compenso il dominio non è intestato al ministero ma a chi ha fatto il sito; infine il sito non è accessibile, vuol dire, in breve, che i suoi contenuti non sono fruibili anche da persone con una disabilità visiva, e questo è un obbligo di legge ministro. Avete fatto un sito fuorilegge, insomma.

Il nome alla Dean Martin lo lascio da parte: non mi piace ma a arrivati a questo punto è così intimamente legato ad una cosa pasticciata che sfido chiunque a pronunciarlo senza ridere o incavolarsi. Credo che se il sito fosse stato perfetto, alla fine ci saremmo fatti piacere anche il nome ma non c’è una controprova. Mi chiedo però perché non partire subito con la versione inglese visto che si rivolge ai turisti. E soprattutto perché non fare subito una app? Nel digitale da almeno un paio di anni si parla di mobile first, vuol dire che le persone accedono ai contenuti web con uno smartphone e non con un pc. Il sito da questo punto di vista è progettato correttamente, cioé è responsive. Ma la app è lo strumento che serve per il mobile e offre molte più opportunità di un sito responsive, a partire dalla georeferenziazione dell’utente. O qualcuno pensa che i turisti verranno a Milano portandosi il pc da casa? Infine il sito “è ottimizzato per browser di ultima generazione”, sa che vuol dire? Che a spanne la metà degli utenti italiani non lo navigherà bene. Perché? Ottimizzarlo per tutti i browser è solo un piccolo lavoro in più.

 Alcuni errori poi sono marchiani. Cancellare la Sicilia e un pezzo della Calabria dell’immagine di copertina. Se avessero cancellato la sua Ferrara come si sarebbe sentito? A parte il fatto che il peso della Sicilia e della Calabria sulla nostra offerta turistica e culturale è rilevantissimo. Insomma, è una sciatteria che si porta dietro messaggi pericolosi: se al governo ci fosse la Lega anche lei sarebbe insorto non crede? Due parole sulle gestione dei social: zero tweet dal profilo VeryBello! durante la tempesta. Che è successo? E’ morto qualcuno? O non c’era budget per coprire i social network nel weekend?

C’è infine un tema di mancata trasparenza. Chi ha fatto il sito lo abbiamo visto dalla riga in fondo (quella riga si chiama footer). In giro non mi pare che siano molto conosciuti ma poco male. Ma perché proprio quell’agenzia? Ha vinto un bando? Sul sito del ministero non lo trovo. E quanto sono stati pagati? Lo chiedo perché in rete gira la cifra – fantascientifica spero – di 5 milioni di euro. Io credo che quella sia la somma totale della comunicazione, ma è importante saperlo. E’ importante anche perché questo governo ha varato il sito soldipubblici.gov.it facendo della trasparenza una bandiera. Mancano ancora i dati dei ministero ma è questione di settimane. Intanto però sapere quanto è costato VeryBello! servirebbe a diradare il dubbio che davvero per questo sito si siano spesi cinque milioni di euro. Non è così, vero? E rispetto al bando, è possibile leggerlo? Glielo chiedo perché in Italia ci sono almeno una dozzina di startup turistiche di ottimo livello che avrebbero partecipato volentieri e con maggiore competenza e passione: gli dobbiamo poter dire che non usiamo la parola startup solo quando ci fa comodo in un dibattito, ma che crediamo davvero in loro. E se possibile, proviamo a dar loro una mano. Anche perché sono bravi.

Quello che però mi lascia stupefatto della vicenda, signor ministro, è la strategia complessiva, se così si può chiamare una decisione che da fuori appare pura “improvvisazione digitale”. Mi spiego. Quando lei si è insediato al ministero si è rivolto ad alcuni dei più bravi esperti di turismo digitale e li ha riuniti in un TDLAb. Ottima scelta. Ma poi le considerazioni e le proposte del suo Laboratorio non sono state minimamente tenute in considerazione. Perché? Edoardo Colombo ha raccontato su Facebook la sua proposta che tiene conto del riuso del software esistente, della collaborazione delle regioni per i contenuti, della creazione di uno strumento che vada oltre Expo, e del fatto che un dominio per far girare il tutto c’è già. Si chiama Italia.it: non sarebbe stato molto più VeryBello! partire da lì?

Gentile ministro, come sa ho un ruolo istituzionale e non sono certo qui a romperle le scatole o a cercare visibilità. Sono il Digital Champion del vostro governo e, se posso, provo a darvi una mano. Questa vicenda dimostra tante cose: la prima è che l’alfabetizzazione digitale non riguarda solo 22 milioni di cittadini che non hanno mai usato Internet, ma anche molti politici e moltissimi dirigenti ministeriali che fanno fatica a impostare correttamente un progetto digitale e a misurarne i risultati. Per questo credo che faremmo bene ad adottare quanto prima il modello dell’amministrazione USA dove il chief technology officer del presidente Obama dice la prima e l’ultima parola sui progetti digitali mentre da noi sul digitale siamo tutti consiglieri, indirizzatori, lineeguidatori e poi ognuno fa come gli pare. In attesa di una auspicata nuova governance però molte cose si possono fare subito, “senza permesso” come si dice in questi casi. Ci sono persone competenti e molto a disposizione del governo. Ne cito tre: Alessandra Poggiani, che sta trasformando l’Agenzia Digitale in un motore di cambiamento; Stefano Quintarelli, che la sa lunga e ne guida il comitato di indirizzo; e Paolo Barberis, che è consigliere di palazzo Chigi per l’innovazione e che di come si fa un sito web è uno dei massimi esperti. E poi ci sono i Digital Champions: siamo più di mille e trecento in questo momento. Ha bisogno di una mano? Siamo qui. Ma mi consenta di dirle che anche aldifuori di questa rete le competenze digitali in Italia sono ormai altissime, molte startup digitali si sono fatte largo nel mondo. E’ un bel mondo il digitale, ministro, non si lasci intimidire dal qualche tweet: è un mondo fatto di persone generose che se lei glielo chiedesse darebbero alcuni giorni del loro tempo per darle una mano e raddrizzare subito quel sito sbagliato che si chiama VeryBello!. Un hackathon, una maratona di sviluppatori per dimostrare che la storia non finisce per forza con Caporetto. E questa, per ora, è una Caporetto digitale.

Ci proviamo, ministro?

 

aggiornamento. domenica 25 gennaio nel pomeriggio sono accadute delle cose sul sito: 1) è comparsa la Sicilia nella cartina; 2) è comparsa una bandiera inglese in alto che avvisa che la versione inglese arriva presto; 3) è scomparso il riferimento alla web agency nel footer.

 

secondo aggiornamento di lunedì 26 gennaio: il ministro Franceschini ha risposto alle domande che gli aveva fatto sul suo blog il digital champion Guido Scorza. Le risposte sono qui. In questo post ho aggiornato il passaggio del mobile first che per alcuni aveva generato degli equivoci interpretativi di cui mi scuso con i lettori.

  • Gianpaolo

    Riccardo, anche io dico da anni che criticare un sito web è come criticare la nazionale di calcio (troppo facile essere web designer o allenatori), ma comunque (purtroppo) hai ragione, perchè proprio con questo tipo di governo (Renzi non è uno che non sa utilizzare il digital), i digital champion che tutti conoscono e i 3 personaggi che citi (Quintarelli in primis), presentare un risultato di questo tipo è quantomeno bizzarro.

    Come mai per una cosa del genere non sono stati coinvolte queste persone? Noi italiani siamo bravissimi sempre a criticare, ma veramente una cosa così imbarazzante non ce la si poteva aspettare, anzi, direi che è anche un’iniziativa poco cauta, perchè appunto sui social media oramai assaporiamo più veleno che zucchero. Mah. Poi due cose sono veramente ma veramente vergognose, perchè indicano quanto le persone coinvolte non sappuiano cosa stanno facendo: accessibilità e proprietà del dominio. Roba da pischelli alle prime armi (agenzia e cliente insieme).

    Consiglio che voi digital champion facciate un’azione determinante per migliorare questo progetto. In bocca al lupo.

  • Massimo

    A cosa servono i digital champion se non vengono interpellati ex-ante?

  • http://www.facebook.com/consulenza.supporto.imprese Anna

    Spesso
    per lavoro consulto rassegne stampa estere, e vi sarà facile immaginare
    il tenore degli articoli che s-parlano delle miserie italiane
    (ultimamente sempre più numerose).
    Sulla scorta di questa esperienza, oggi pomeriggio – confrontandomi con colleghi e amici su facebook – suggerivo proprio di adottare un approccio propositivo: più che criticare ciò che
    è stato fatto, suggerire implementazioni migliorative.
    Credo sarebbe un dibattito certamente più stimolante, che darebbe visibilità alla professionalità, creatività e proattività
    dei comunicatori italiani.

    • peter

      eh ma a noi ci piace trattare le cose come quando ci sono i Mondiali di
      calcio. Paese di commissari tecnici, ministri e, da oggi, anche web
      designer e SMM. Che meraviglia

  • http://www.marcocavicchioli.it/ Marco Cavicchioli

    Articolo meraviglioso, Riccardo! Perché se l’Italia è quella dei Franceschini noi Digital Champion siamo totalmente inutili!!!

  • http://claudio.cicali.org claudio

    Ci stanno ancora lavorando, ed essendo domenica è un buon segno (la sicilia e la calabria adesso sono presenti).

    La questione “mobile first” (che è un concetto che si applica al design, non a “dove” viene sviluppata un’applicazione) non ha senso: un sito usabile su mobile – e questo lo è – fa le stesse veci di un App apposita. Se non avete mai pubblicato un’app non potete sapere quanto sia difficile tenerla aggiornata.

    La questione dei browser è anch’essa non esistente, soprattutto se si promuove (come nel testo di questo articolo) lo sviluppo mobile: TUTTI i telefoni usano un browser recente. Browser vecchi (come per esempio IE 7, hanno uno share minore del 2%). L’unica cosa è che la nota non andava proprio riportata.

    La questione accessibilità è sacrosanta (in questo caso il “ci stiamo lavorando” non è una scusante) e secondo me è in assoluto il problema più grave del sito. Che ricontrolleremo tra una settimanella.

    • Winston Wolfe

      Ecco un’altra capra…. mobile first è il progettare dallo schermo piccolo per arrivare al grande. Il dove non c’entra niente. È un concetto che esiste dal 2008 in contro tendenza con l RWD ( Il design che tu menzioni)  che prevede prima la creazione del sito per Pc e poi per mobile…

      • http://claudio.cicali.org claudio

        Come ti hanno dimostrato più su, hai detto un’inesattezza. Non serve che ti spieghi perché.

      • http://sid05.com sid

        Però “progettare dallo schermo piccolo” mi piace, aggiungerei la bendatura per aumentare il coefficiente di difficoltà ma l’idea è perfetta per un contest

  • Marco

    fantastico usare termini a caso “mobile first” senza avere idea di cosa significhino, digital cialtrons

    • http://iomontebelluna.it/ Giampietro

      E tu sai cosa vuol dire?

    • Winston Wolfe

      Sei una capra. Confondi RWD con il nuovo concetto mobile first. Cioè esattamente come hanno scritto: iniziare dal mobile e finire con il pc. Se devi fare il web designer studia prima. Non fare la solita capra italiana…

      • Davide Minicelli

        Il responsive web design raccomanda di progettare una pagina web in modo che sia visualizzata in modo ottimale e si adatti alle varie dimensioni degli schermi (smartphone, tablet, pc etc). che si parta prima a progettare dalla visualizzazione per pc o dalla visualizzazione per smarphone per poi implementare per schermi più grandi (mobile First), si parla comunque di RWD.

        • Winston Wolfe

          “nel digitale da almeno un paio di anni si parla di mobile first, vuol dire che le persone accedono ai contenuti web con uno smartphone e non con un pc”. L’articolo suggerisce, quindi, di utilizzare l’idea di app proprio in virtù della tendenza tecnologica alla valutazione del mobile come primo approccio al web ma non dice che “mobile first” significa fare app…

          • RobDesign77

            Ma che fai, leggi le cose a metà? “E soprattutto perché non fare subito una app: nel digitale da almeno un paio di anni si parla di mobile first”. Mobile first non c’entra niente con le app.

            Ma soprattutto, le buone pratiche suggeriscono di non fare app se hai un sito “mobile first” (a meno che non siano progetti diversi da quelli del sito): se hai già un sito mobile (come verybello) perché sprecare tempo e risorse per l’app? Insomma, digital cialtrons.

      • RobDesign77

        Mobile first è un concetto specificamente di RWD. Lo capisco anche io che sono italiano…

  • vic

    apri terminale, digita “whois digitalchampions.it”, ho concluso, vostro onore.

    • Sauternes

      #valetutto

    • Guest

      Ah ecco. Riccardo Luna. Ecco spiegato il flop. Siamo di nuovo ai livelli di “Nober della Pace per Internet”. /face-palm

  • Nello Iacono

    Concordo sulla necessità di utilizzare al meglio le competenze che ci sono e dare forza al coordinamento, partendo dal fatto che è Agid il soggetto deputato a farlo.
    Ma nel merito credo sia molto più saggio riconoscere di aver sbagliato, rivedere la scelta e non perseverare. Se VeryBello scompare adesso e si ricomincia tutto per bene con Italia.it il ministro (e l’Italia) hanno solo da guadagnare.

    • Alberto

      Indubbiamente bello “italia.it”
      Peccato che Google indicizzi i domini .it proponendoli solo tra i risultati delle ricerche effettuate in Italia. Ci vorrebbe un .org o qualcosa del genere per farsi trovare anche nelle ricerche effettuate all’estero, a meno che Expo sia una roba x soli italiani :-)

  • Alice Casarini

    Sottoscrivo ogni parola. La colossale figuraccia a livello nazionale e internazionale in realtà era partita già dalla realizzazione del sito Expo, con strafalcioni traduttivi all’epoca segnalati da No Peanuts (https://nopeanuts.wordpress.com/2014/03/12/meet-cretino-expo-translator/ ) e poi da innumerevoli testate. Purtroppo dopo la bufera iniziale la faccenda è finita nel dimenticatoio. Gli errori più macroscopici sono stati corretti, ma il sito continua a utilizzare traduzioni poco curate, con sintassi palesemente italiana ed errori disseminati qua e là (per dirne una, l’infografica che fa leva sui 7 miliardi di persone al centro di Expo, in francese ha un errore proprio al centro dell’immagine (un singolare al posto del plurale; http://www.expo2015.org/fr/participants ). Mi auguro davvero che chi ha il compito di curare l’immagine pubblica del nostro paese smetta di considerare la recidività un punto di forza, che fa tanto “specchio riflesso” e “chi lo dice lo è”.

  • http://www.gabrielegranato.it Gabriele Granato

    Il dominio intestato alla Web Agency è una furbata troppo grande che dimostra da un lato la poca istituzionalità del progetto e dall’altro la scarsissima competenza della nostra PA

    C’è tanto lavoro da fare, ma tanto proprio.

  • Francesco

    L’immagine di apertura, va detto , e’ un impietoso referto clinico che evidenzia la gravita’ dello sprawl, la diffusione urbana che consuma il suolo, ormai a livelli devastanti.
    Altro che verybello !

  • Stefano Vergari

    premettendo che io non ne capisco una mazza, quanto franceschini, di web
    questo è
    http://www.visitdenmark.it/it/danimarca/home-page-turista
    la danimarca, che ha 5 milioni di abitanti e 4 cose da mostrare in croce (in confronto a noi) ha un sito turistico che esprime 13 dico 13 domini registrati, ognuno con lingua e contenuti calibrati sul target di utenza.
    Tra cui quel cavolo di cinese…ma chi lo capisce il cinese….
    Ora ho paura di andare a chiedere quanto questa operazione sia costata al contribuente danese, quello che può sbandierare la nazione più felice del mondo ( :-) ) e quanto verybello sia costato anche in termini di immagine alla nazione a cui piace vantare il maggiore patrimonio storico artistico del pianeta.
    …perchè Expo..è un’opportunità “che non possiamo mancare”!!!!

    • Arcangelo

      il cinese lo capiscono i cinesi.

      • Stefano Vergari

        ah caspita è vero…ma si per du gatti che sono dai ne vale la pena?…anzi se li mangiano i gatti, all’expo non li facciamo i panini al gatto, solo con la porchetta…

        • Arcangelo

          Dice che arriveranno in tanti per l’EXPO

          • Stefano Vergari

            caro, forse non hai notato la mia ironia :-)

          • Arcangelo

            Ovviamente si.

  • Michelangelo Muraro

    Digital Champions , complimenti !
    Non avete dimenticato nulla e soprattutto se vivessimo in un paese normale, il Ministro dovrebbe :
    1) bloccare i pagamenti degli idioti che hanno fatto questa Kagathon
    2) nel caso abbiano già parzialmente pagato , fare una ingiunzione di restituzione più danni e spese
    3) chiamarvi domattina x affidarvi l’incarico , previo preventivo, valutando se qualcosa non sia recuperabile da lavoro che mi pare sia già costato (e buttato in cantina) 20 milioni per Italia.it .

    Se poi scoprissimo che questa cosa è stata fatta senza gara, affidata ad amici o parenti e strapagata, beh allora è meglio che il ministro metta la testa sotto la sabbia, respiri a fondo e si tolga dai piedi.
    Siamo stufi, basta

  • titti

    Io so solo che ieri 24 gennaio ho cercato mostre a milano nei prox settle giorni ed è uscito fuori raffaello e Perugino in brera: mostra chiusasi Il 10 gennaio. Chiuso e mai piu’.

  • Guest

    Io non capisco niente di web, come Dario Franceschini. MA
    http://www.visitdenmark.it/
    Fate un piccolo parallelo: una nazione di 5 milioni abitanti, compra 13 domini per 13 lingue/nazioni/mercati, e ogni sito ha lingue e contenuti SPECIFICI per target.
    Perfino il cinese, e chi lo capisce il cinese!!!!
    Come lo si giudichi è un sito reale, è linkato ai maggiori socialmedia, e i contenuti sono decenti, immagini e informazioni, possibilità di generare traffico e chissà magari anche booking.
    La Danimarca ha 4 cose da mostrare in croce e sono tutte li.
    Allora facciamoci dire quanto è costato ai contribuenti danesi questo sito, e quanto è costata a noi sta schefezza inutile e dannosa….
    Fare tanto con poco vs buttare a mare sto paese…
    Perchè EXPO “è un’opportunità che non dobbiamo mancare” ***!!!

  • Mama

    Rilleggi e correggi.

  • Mattia Spigola

    Ottimo, che sia fatto in crowd!
    Credo che anche il concept, potrebbe essere innovativo, dovrebbe essere il portale dove fruire al meglio dei contenuti di maggior valore al mondo. Quelli italiani! Non solo quindi città d’arte, mare e offerta turistica, intesa come alberghi e villaggi, ma che racconti l’Italia, del come si mangia e del come si vive, del come si lavora. Come in passato, anche adesso, nell’era del digitale,dopo un periodo di declino l’Italia ha tutte le carte in regola per fare uno dei portali più seguiti al mondo, e fare scuola nel come promuovere una nazione intera, la più bella.
    Si dovrebbe giocare molto sui contenuti, sui contenuti in crowd per l’esattezza, da tutto il mondo, che lascino spazio alle persone di raccontare le loro esperienze…beh forse nemmeno troppo altrimenti c’è il rischio di un’altro boomerang :)

  • Wolfgang Achtner

    Il sito della citta’ di Vienna e’ un altro sito straordinario. Tra l’altro, il loro slogan e’ fichissimo: “Vienna: Now or Never”.

    http://www.wien.info/en

  • nuthinking

    Tutti noi “esperti” potremmo iniziare a proporre miglioramenti su Twitter utilizzando l’hashtag originale o uno specifico, tipo #newverybello. Visto che tutti abbiamo a cuore questo progetto…

  • Enzo Colaiezzi

    Prima di dire quanto sono bravi quelli del governo USA meglio leggere due righe.

    http://www.theverge.com/2013/10/8/4814098/why-did-the-tech-savvy-obama-administration-launch-a-busted-healthcare-website

  • http://www.i8zse.eu/ Giorgio Rutigliano

    Possibile che l’Italia non possa essere una nazione ‘normale’? In un altro paese un sito istituzionale sarebbe stato *progettato* seguendo le linee guida nazionali, il progetto approvato, implementato, testato e rilasciato al pubblico solo dopo aver superato tutti i test e verificata la conformità al progetto iniziale. Un processo del genere non avrebbe prodotto un sito che continua, oggi, ad avere 262 errori nella validazione W3C e che – oggettivamente – non ha i requisiti per rappresentare l’Italia, al di là di tutte le (tante) considerazioni tecniche che si possono fare. Nel contempo trovo preoccupante che la soluzione proposta alle carenze metodologiche sia la ‘stampella’ di una organizzazione esterna, come quella dei ‘digital champions’, che per me è altrettanto carente nelle metodologie di formazione della compagine.

  • giubari

    I Digital Champion non devono solo criticare. http://www.veryexpo.com . Ci ho messo 2 minuti e 2€ per registrare il dominio, ma adesso verybello è in inglese… Una provocazione è chiaro.
    Secondo me comunque è un bello spunto per riflettere sull’importanza di avere professionisti del digitale nelle stanze dei bottoni.

    • Sauternes

      ahahahahah!!!
      però pare che Franceschini abbia detto che sarà anche ijn latino e in greco antico!

    • Oliver Lawrence

      Se per caso l’ironia non e’ abbastanza chiara, confermo che ci vogliono testi in inglese scritti a regola d’arte da un traduttore-copywriter professionale madrelingua inglese. Non e’ difficile trovarne uno.

  • Agostino Riitano

    Starei solo attento a incentivare il malinteso tra generosità degli internauti e sfruttamento gratuito del lavoro e delle competenze emergenti.

  • Lorenzini Bruno

    E’ vero che è comparsa la Sicila ma sono scomparsi:
    1) Il Trentino alto Adige
    2) Il Friuli Venezia Giulia
    3) Parte del Veneto
    4) parte della Lombardia

    Niente da fare, l’Italia intera non si riesce a concepirla in un sito del Ministero. Colpa della spending-review

    • Lorenzini Bruno

      Lo hanno aggiornato!!!! Ora l’Italia ci sta tutta!!!
      Fantastico

  • Lorenzini Bruno

    A questo punto ci prendo gusto:
    Filtrando per data compaiono in testa annunci di mostre già scadute.

  • Sauternes

    ma voi Digital Champions cosa ci state a fare?
    vi hanno coinvolti?
    se sì, vabbè…
    se no perché non date le dimissioni?

  • Matteo Manenti
  • roberto

    Caro Riccardo da addetto ai lavori la tua analisi non fa una grinza ma è davvero incredibile quello che hai evidenziato. Questo è il risultato di un’Italia appiattita su dei profili di basso rango. Mi chiedo come un avvocato di provincia ( se abbia mai esercitato concretamente la pofessione) possa aver maturato competenze per sviluppare un sito dal contenuto turistico. L’aspetto più preoccupante è che spesso l’ignoranza e l’incompetenza vanno a braccetto con la presunzione ! Sono davvero preoccupato per il nostro paese anche perché stiamo parlando di quarantenni ! Buona Italia a Tutti !

  • Ida Paradiso

    Condivido in pieno Riccardo Luna, ma non mi pare nulla di nuovo purtroppo. Oltre ad italia.it c’è anche “visititaly.it”, “vetrina” dell’Italia turistica varata da Rutelli, che nell’improbabile spot tv, invitava, in un patetico inglese, i turisti a visitare il nuovo portale (ovviamente di costosissima realizzazione). Ricordate che tristezza?

  • http://blog.mauriziopistone.it Maurizio Pistone

    avete provato ad allargare e rimpicciolire questa pagina?
    C’e una barra rossa in alto che sale e scende, copre e scopre le prime righe del titolo.

  • frap1964 .
  • ahmed el mahhoun

    Grande !! bella iniziativa, fantastico

  • Arcangelo

    Ma tra tutti i vari difetti tecnici a nessuno è venuto in mente, che il primo macroscopico errore stia proprio nel nome “VeryBello” ?
    La morte dell’italiano e quindi della sua cultura.
    Chi ha pensato questo nome è vuoto dentro e non mi interessa se c’è un motivo di marketing o legato al SEO.
    Le parole italiane per altro, sono attraenti all’estero.

    Chiamarlo cosi è uno sfregio all’intelligenza.

  • Paolo Debernardi

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