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Il punto di Camerino: stiamo facendo tanto, ma non abbastanza

Riccardo Luna
30/09/2015

Camerino è una metafora dell’Italia. Quella vera. Bellissima, antica ma non vecchia, e drammaticamente isolata. Per arrivarci da Roma ci sono treni che impiegano circa quattro ore; le corriere un po’ di più perché devono arrampicarsi su tornanti stretti che se hai fretta perdono tutto il loro fascino bucolico, che pure è notevole; se arrivi in aereo, invece, la tua destinazione è Ancona e poi via in auto. Da Milano non è meglio, anzi. Insomma, a Camerino non ci capiti. Ci vieni apposta. Di solito perché sei uno studente universitario. Qui c’è una università che non ha il titolo di ateneo più antico d’Italia perché a Bologna sono partiti prima di una manciata di anni. E’ una piccola università, ottomila studenti in tutto ma alcuni sono sparsi fino ad Ascoli Piceno, con alcuni scorci di rara bellezza: la Sala degli stemmi, quella del Senato accademico, la vista panoramica sulla valle che finisce con gli Appennini. A capo c’è un giovane informatico, Flavio Corradini, 50 anni più o meno, che quando è stato eletto era uno dei rettori più giovani d’Italia. Punta forte sull’innovazione, il magnifico di Camerino, e giustamente non perde occasione per dirtelo. Non a caso nelle classifiche delle migliori università Camerino è sempre in zona podio.

E’ anche per questo che qui si sta svolgendo il congresso dell’AICA. Cos’è l’AICA? Una storica associazione di informatici, una delle più antiche e nobili, radici ex Olivetti di solito, e una passione umanistica per le competenze digitali. Trasmettere il sapere per crescere tutti. La guida Bruno Lamborghini, campione digitale vero, appassionato di giovani innovatori lui che è ormai “diversamente giovane”. Sono arrivato a Camerino per intervenire al loro congresso che a mio avviso ha centrato una delle sfide fondamentali che abbiamo davanti: la digitalizzazione delle imprese e quindi del nostro sistema manifatturiero. Fabbrica 4.0 insomma. Infatti in prima fila c’era uno dei pochi pionieri italiani, Enrico Loccioni, la cui storia apparve già nel primo numero del mio Wired nel 2009.

E’ la seconda volta che mi capita di partecipare al congresso AICA. Mi invitarono anche due anni fa, a Salerno: eravamo alla vigilia della prima Maker Faire e ricordo che dissi cose che sembravano arrivare da un altro pianeta. Nel frattempo la Maker Faire è diventata “pop”, siamo tutti cresciuti parecchio e io sono stato invitato come Digital Champion a parlare di quello che stiamo facendo in Italia. Tanto? Sì. Abbastanza? No. Ho detto no. Senza se e senza ma. Dobbiamo fare di più, farlo meglio e farlo prima. Ci tornerò su questo punto nei prossimi giorni, appena riuscirò a scrivere qualcosa senza stare in movimento fra una città e l’altra. Ma nonostante la buona volontà di tutti e gli ottimi piani in corso, non colmeremo il ritardo digitale se non acceleriamo fortemente. E non accelereremo fortemente se non spingeremo tutti assieme nella stessa direzione.

Prendete Camerino: poco prima dell’inizio dei lavori congressuali sono andato sul sito di Infratel per controllare la qualità della banda larga in città. Desolante: perché se è vero che l’ateneo è collegato alla super rete del GARR ad alta velocità, in città si va lentissimi. Allora ho cliccato sulla regione, le Marche. E mi è uscita una sfilza di piccoli comuni in digital divide di fatto, ovvero con banda a zero o poco più. Che possiamo farci?, mi ha detto qualcuno. Dovete chiedere la rete, dovete pretenderla, dovete arrabbiarvi se non ve la danno. E dovete farvela da soli piuttosto che rassegnarvi. Se chi decide non sente questa pressione, saremo sempre gli ultimi d’Europa. Con il digitale possiamo fare un salto in avanti formidabile, non è più neanche un problema di fondi che ci sono. Andiamo avanti tutta.

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