micropost

Cosa cambia per l’Italia dei campioni digitali dopo Venaria

Riccardo Luna
30/11/2015

Ora che Venaria è davvero alle nostre spalle, che facciamo? E soprattutto, che futuro vogliamo per la straordinaria rete di campioni digitali che abbiamo costruito in un anno? Per rispondere a queste domande vorrei tornare a quel che ci siamo detti, sempre nella Reggia di Venaria, ma il giorno prima dell’Italian Digital Day organizzato dalla presidenza del Consiglio in collaborazione con la città di Torino e del quale tutti hanno parlato.

Venerdì 20 novembre, lontano dai riflettori, c’era invece la riunione dei digital champions ed eravate venuti in tantissimi. E’ stato bello parlarsi a cuore aperto e guardandosi negli occhi finalmente. Ma vale la pena di ripercorrere le cose salienti di quel pomeriggio non solo per gli assenti, ma perché da lì passa quello che accadrà adesso.

Aprendo i lavori, ho esordito dicendo che avevo tre cose da dirvi: “Grazie, bravi e adesso cambiamo tutto di nuovo”. Le parole non erano state scelte a caso.

Grazie, perché un anno fa mi avete dato fiducia al buio, in qualche caso senza che ci fossimo mai visti, per un progetto mai visto prima: creare una rete di volontari per affrontare la sfida più grande che abbiamo davanti come paese, ovvero far nascere una passione per il digitale nei 23 milioni di non utenti della rete. Non siamo arrivati al traguardo di un campione digitale in ciascuno degli ottomila comuni, ma ne abbiamo uno ogni quattro comuni, una capillarità che non ha raggiunto in così poco tempo nessuno partito, nessuna organizzazione sindacale. Proprio perché noi non siamo e non vogliamo essere un partito o una roba del genere. Solo le migliori esperienze di volontariato hanno questa capacità di mobilitare energie nascoste in posti remoti. E noi siamo a tutti gli effetti, oggi, una bellissima esperienza di volontariato diffuso che si alimenta e si rafforza per il fatto di muoverci come una vera rete di persone.

Il fatto che tutti, ma proprio tutti, il giorno dopo, sul palco del Digital Day, abbiano sentito il bisogno di ringraziarvi pubblicamente è il riconoscimento più bello.

La seconda parola è: bravi, bravi per quello che avete fatto. Per ogni coderdojo a cui avete partecipato, per i fablab che avete sostenuto, per le startup che avete incoraggiato, per gli incontri con gli amministratori pubblici quando vi hanno ascoltato e per essere andati avanti lo stesso quando vi hanno ignorato,  per il dialogo con imprenditori, artigiani, contadini in attesa di una spinta digitale, ma ancora di più per chi ha semplicemente varato un corso per gli anziani. Bravi tutti, poi, per la mobilitazione collettiva che abbiamo innescato per far partire nel migliore dei modi la fatturazione elettronica: un successo che resta nella storia della pubblica amministrazione digitale. Ma bravi, soprattutto, per quello che non avete fatto: per non esservi approfittati della mia fiducia. Bravi perché nessuno di voi ha usato l’incarico di digital champion locale per strappare una consulenza, per aumentare il fatturato, o fare carriera. Era facile che accadesse, inevitabile forse con una rete di quasi duemila persone creata sulla base di autocandidature. Molti scommettevano che sarebbe accaduto. Ci speravano, in qualche caso. E invece non è successo. Era rischioso e abbiamo rischiato: abbiamo messo in campo l’arma più delicata, la fiducia verso gli altri, e abbiamo chiuso un anno meraviglioso e senza macchie. Un miracolo, in questo paese. Se fosse accaduto il contrario, se anche uno solo di voi avesse approfittato della carica, tutti ne saremmo stati travolti, io per primo, ne sono sempre stato consapevole. Sono felice di aver avuto a che fare con persone del vostro livello morale, prima ancora che digitale. La fibra morale – chi mi conosce sa come la penso al riguardo -, viene prima della fibra ottica.

Bravi, quindi, perché avete dimostrato che la generosità civica in sé è un motivo sufficiente per fare le cose bene in questo paese.

E veniamo alla terza frase. “E adesso cambiamo tutto di nuovo”: cosa vuol dire? Vuol dire che in un anno lo scenario attorno a noi è totalmente mutato. Anche per merito nostro, ma non solo per merito nostro ovviamente. Non c’è solo un governo che ha finalmente un piano di crescita digitale chiaro e concreto; c’è un presidente del Consiglio che ha dato a tutti la scadenza di due anni per realizzarlo; e c’è per la prima volta un consenso diffuso a lavorare insieme, fare squadra per il bene comune. Ma accanto a questo, che è già tantissimo, c’è di più.   L’idea di un campione digitale diffuso è passata, è diventata patrimonio comune. Ha cominciato la Rai, quando ancora il direttore generale era Luigi Gubitosi, nominando un campione digitale in ogni redazione. Poi è arrivato il Parlamento, approvando la legge sulla “Buona Scuola”, che prevede espressamente la scelta di un “animatore digitale” in ogni istituto per accompagnare l’attuazione del Piano per la scuola digitale. E il Ministero per i Beni Culturali, che qualche settimana fa, lanciando il MuD (il piano per i musei digitali), immagina una fase con un campione digitale in ciascun museo. Per finire con il mondo delle imprese, dove circola l’idea di fare lo stesso in ogni fabbrica. Pensate che bello se ogni azienda “adottasse” un hacker o un maker. Oggi è possibile.

Insomma, abbiamo vinto (lo ha detto chiaramente a Venaria anche il potente e bravissimo direttore generale della Commissione europea Roberto Viola: guardate il video del suo intervento se potete).

Con noi ha vinto l’idea che la trasformazione digitale dell’Italia non è solo una questione di budget e di infrastruttura, ma è soprattutto una grande partita culturale che riguarda tutti e nella quale tutti possono – e se possono, debbono –  dare un contributo.

Tutti possono essere campioni digitali, se lo vogliono e se ne hanno la capacità. Oggi, grazie a noi, si è finalmente capito che cosa è davvero questo ruolo. Abbiamo dato un senso ad una carica che prima era vuota, serviva solo per scrivere qualcosa sotto i badge nei convegni. Ma a noi non interessano i convegni. Non sacrifichiamo il tempo libero delle nostre vite, per parlare al microfono su un palco. Volevamo provare a innescare un cambiamento reale nel paese e ci stiamo riuscendo.

Perché, quindi, dobbiamo “cambiare tutto di nuovo” se sta andando tutto alla grande? Per due ragioni. La prima è una questione di serietà. Quando un anno fa feci una chiamata pubblica per dei volontari che mi aiutassero, dissi che l’incarico, il progetto, sarebbe durato un anno. Non perché dopo un anno avremmo finito la nostra missione, ma per tre ragioni.

  1. verificare le cose fatte e non fatte da ciascuno (vi ho chiesto una lettera al riguardo, le leggerò tutte);
  2. per evitare di creare una aristocrazia di campioni digitali contrapposta agli altri che magari sono campioni lo stesso per altre vie;
  3. e anche perché era giusto e necessario fare una verifica sul modello scelto visto che si tratta di una novità assoluta.

 

E’ questo l’assetto ideale? O possiamo correggere qualcosa per essere più efficaci? Parliamone.

Intanto un anno è finito venerdì scorso. E quindi tutti gli incarichi sono scaduti. Scaduti. Lo avevamo detto e lo facciamo. Questo vuol dire che non siete più campioni digitali? Niente affatto. Ma in un modo diverso secondo me. I veri campioni digitali sono quelli che si comportano come tali. Anche se non li conosco. E, ugualmente, non basta avermi detto di essere pronto a fare qualcosa di utile per l’alfabetizzazione digitale, per essere davvero un campione: occorre farle, le cose promesse. I campioni digitali sono persone che si riconoscono in certi principi e che si comportano di conseguenza. Ora che il processo è partito, e che c’è un consenso diffuso attorno a questa figura, secondo me non vi serve più la mia nomina. Del resto tutti voi lo eravate già prima, campioni. Un anno fa vi ho scelto, non solo perché vi siete offerti di aiutarmi, ma per quello che già facevate ogni giorno nella vostra comunità. Nessuno di voi si è mai mosso per una spilletta, lo so.  Io vi ho soltanto dato la forza di fare le cose che facevate prima con maggiore incisività. Ma oggi quella forza, se l’avete usata bene, è vostra, per sempre.

In più in Italia, come abbiamo visto, stanno nascendo altre reti di campioni digitali: nelle scuole, nelle fabbriche, nelle imprese. Come relazionarsi a questa novità? Vogliamo essere una rete accanto alle altre o vogliamo giocare tutti insieme la grande partita della trasformazione digitale dell’Italia? In fondo quando qualche mese fa invitai a Palazzo Chigi i rappresentanti di alcune delle migliori associazioni che si occupano di digitale (AICA, ASPHI, Mondo Digitale, Informatici Senza Frontiere, Confindustria Digitale), l’idea era già quella: utilizzare la straordinaria energia dei campioni digitali per creare una rete più grande. Inclusiva e non esclusiva.

Come farlo? E cosa fare adesso? Sul forum che abbiamo appena aperto sul sito, la discussione è partita subito dopo Veneria, e seguirò con attenzione tutti i vostri contributi. Alla seconda domanda però la risposta migliore è venuta proprio dal palco di Venaria quando uno di voi, Oscar Badoino, ha presentato il sito realizzato assieme a Michele D’Alena: si chiama ItalianDigitalPlan.it e servirà a monitorare le promesse fatte dal governo a Digital Day. Promessa per promessa, con i tempi, le scadenze, gli obiettivi. E i ritardi, che ci auguriamo che non ci siano ma contro i quali combatteremo con tutte le nostre forze. Quel sito ci assegna un compito collettivo di monitoraggio dal basso dell’azione del governo che può rivelarsi cruciale per il successo del “Patto di Venaria”. Navigatelo, è ancora in beta; miglioratelo, se potete; aiutateci a riempirlo di contenuti; e facciamolo diventare lo strumento con il quale la narrazione diventa azione.

E i campioni digitali? Chi sono? Chi li nomina? Vi dico cosa ho in mente, per parlarne tutti assieme all’inizio di gennaio. Io credo, lo avete capito, che il dado sia ormai tratto, la partita vinta e che proprio per questo un modello per il quale io nomino e gestisco una rete di quasi diecimila volontari, sia felicemente superato dagli eventi. Oggi è chiaro chi è un campione digitale e cosa deve fare. Non ha bisogno del mio benestare per iniziare a cambiare il mondo. Si chiama “innovazione senza permesso”. Sapete che è un concetto che mi è molto caro. Anzi, è il presupposto di molte delle cose che ho fatto nella mia vita. Anche il progetto del campione digitale diffuso è partito così. Ma adesso si cambia livello. come in un videogioco, gli obiettivi sono più ambiziosi e ci sono nuovi alleati. Per questo vi dico: siate il campione di cui c’è bisogno nella vostra comunità. Dobbiamo moltiplicare energie e progetti, includere altre persone e reti, misurarci sull’impatto reale dei cambiamenti che sapremo produrre.

In questo senso un modello che ha funzionato è quello impostato in Veneto da Gigi Cogo: un manifesto, di principi e valori, chi lo firma è dentro. Senza nomine. Può funzionare? Secondo me sì. Come può funzionare una organizzazione che poggi su venti regioni piuttosto che su ottomila comuni: ha più senso in effetti. Serve un altro manifesto allora? Questo non lo so. Può andare bene il celebre e bellissimo “Internet is for everyone”; oppure potrebbe avere uno straordinario valore simbolico e politico il Bill of Rights approvato il mese scorso alla Camera all’unanimità.

Le strade possibili sono tante. Ma oggi che abbiamo vinto, e questo francamente non lo può negare nessuno che non sia in malafede, dobbiamo avere il coraggio di rilanciare. E di mettere in discussione tutto, anche l’associazione, alla quale alcuni di voi hanno aderito un anno fa. A che serviva una associazione di campioni digitali? Ad avere uno strumento giuridico per realizzare alcuni dei  nostri progetti. Ha ancora senso? Oppure, in una partita che diventa più grande, possiamo immaginare una strumento diverso? (Inoltre qualcuno ha eccepito sul nome, che può ingenerare confusione: parliamone. Per me può chiamarsi in qualunque modo. Una associazione, o quel che sarà, che ha fra i suoi soci persone come noi può chiamarsi anche “Topolino” e tutti sapranno lo stesso che ci occupiamo di digitale e non cartoni animati).

Insomma, il cantiere è aperto. La posta in gioco chiara. Il presidente del Consiglio ha preso l’impegno di cambiare l’Italia in due anni con il digitale. Un tempo questa partita la giocavano in due: la politica e le grandi imprese. Da Venaria in poi questa retta è diventata un triangolo e uno dei lati siamo noi, la famosa società civile. Con una funzione di spinta e di controllo che tutti ci riconoscono. Non è il momento di smobilitare ma di rilanciare.

Quanto a me, mi impegnerò ancora di più se possibile: nei giorni scorsi si erano diffuse voci sul fatto che anche il mio incarico sarebbe scaduto dopo un anno. Non è esatto. Il mio incarico di digital champion può terminare solo per tre cause: la caduta del governo, la revoca della fiducia da parte del presidente del Consiglio, le mie dimissioni. Ebbene, dopo un anno così intenso e importante, dopo aver visto crescere la nostra rete meravigliosa di campioni digitali in ogni angolo del paese; dopo aver visto il mio presidente del Consiglio a Venaria prendere l’impegno solenne di metterci tutto l’impegno possibile per realizzare anche da noi la rivoluzione digitale; io non ho alcun dubbio.

Avanti tutta. E voi ci state?

 

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